Merda burdel.
Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos
di CURZIO MALTESE
AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C’è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.
(30 ottobre 2008)
Niente querty per i francesi
L’ho vista! Stamattina aspettando la rer l’ho vista! E’ li’ davanti agli occhi di tutti!!!
Detesto la tastiera azerty francese.
let the stones crack, let the earth quake
Stanotte pare non si dorma. Son già un paio di gg che fatico a prendere sonno. Ho realizzato in questo momento che sia tutta colpa mia, devo evitare di prevenire.
Il vantaggio di tutto ciò è che forse di notte vengono fuori le cose le più strane e forse sincere. O forse non è vero niente. Gh.
Penso che tra tutti i sentimenti negativi che possono passare per il cervello umano, la frustrazione sia il peggiore di tutti. Qualche mese fa ho letto un simpatico libro contenente l’andamento di una serie di conferenze, forse più corretto di ‘incontri’, tra vari scienziati della mente psicologi, neurologi e filosofi e sua santità il Dalai Lama. Lo scopo di tutto ciò era un confronto tra la scienza della mente occidentale e quella orientale, il buddismo. Mi ha relativamente stupito leggere che nella filosofia orientale esiste una catalogazione di tutti i sentimenti umani, positivi e negativi. Certo le difficoltà del confronto comprendevano anche la lingua, perchè certe emozioni in tibetano possono essere espresse attraverso più parole e vice-versa. Ho riflettuto successivamente in particolare su questo elenco ed in particolare sulla frustrazione perchè mi sembrava piuttosto interessante. Da quel che ricordo, orario e memoria mia a parte, la frustrazione derivava dalla fusione della rabbia con la infelicità. In un altro senso si può descrivere (in italiano) come invidia. L’invidia nasce dall’infelicità essenzialmente e si propaga nella rabbia quando ci si accorge della felicità altrui. E’ particolarmente nociva se ci si sofferma un attimo, e particolarmente negativa. Perchè abbina l’insoddisfazione personale con la rabbia nei confronti del prossimo. Chi non ha mai provato un qualcosa del genere? Una analisi più ampia diventa a questo punto snella. Chi non si è sentito appagato almeno una volta dalla propria esistenza? E chi non ha mai notato che l’erba del vicino è estremamente più verde della propria. Indi? Indi si sviluppa un sentimento negativo nei confronti degli altri. Esempietto più pratico per pochi (forse uno solo) lettori del monocromo. Grazie all’uni ho conosciuto particolarmente un soggetto che vive nell’inedia più totale. Nella mancanza di spirito di iniziativa e di vita. Questo soggetto è sempre risultato, non solo ai miei occhi, poco simpatico. Ho sempre pensato che questo derivasse dal fatto che, pur nella sua infelicità, questo personaggio rappresentasse un po’ quello che molti di noi vorrebbe: vivere a modo proprio. Perchè noi ci si sbatteva da mattina a sera – perchè la vita questo è, senza voler essere negativo perchè in questo momento non lo sono affatto – mentre questo continuava nella propria lenta esistenza, ma la mancanza di cause di problemi implica la mancanza di problemi. Premettendo che mai al mondo avrei fatto cambio con lui, mi torna alla mente un post di un blogghino che tenevo anni fa, intitolato ‘Niente nuove’. La riflessione (o le baggianate che dir si voglia) del tempo, prendeva spunto da un adagio della mia nonna per cui ‘Niente nuove, buone nuove’. Nei miei momenti da diciottenne depresso ho pensato che tutto ciò avesse un senso, col passare degli anni però ho rifiutato (ed il post del tempo era il mio J’accuse) questa concezione. La spiegazione, e mo’ me la rido, deriva da una altro adagio di un vecchissimo amico che purtroppo ho perso col tempo, il quale una sera di boria o forse sbornia, mi disse ‘Gabry, la vita quando vuole è un vero casino, però quando spacca, spacca sul serio’. Non penso di aver bisogno di spiegare più di così. Erano bei tempi, piccola parentesi malinconica, ero appena tornato dall’interrail e certi giorni il cielo mi si apri sopra la testa così, forse senza motivo. Forse dovrei rifare mio quell’adagio, perchè mi pare ancora più che attuale. Tutto questo logorroico discorso per dire che la felicità è solamente dentro di noi, e tutto ciò è palese davanti a tutti. Quando si è felici, innamorati ad esempio, tutto è bello, perchè non si può cercare in giro qualcosa che è solamente dentro di noi. Certo, stamattina ho parlato con la mia mamma via skype, la quale ha suggerito che dovrei pensare meno. E’ curioso tutto ciò, curioso più che altro perchè in tanti me lo hanno suggerito ma mai me lo son sentito dire dalla mia mamma. Penso che, come al solito, sia colpa mia che non condivido tutto ciò col resto del pianeta. Anche ora che lo sto facendo, mi sto nascondendo dietro ad un diario online. Cmq, a parte tutto, bisogna riflettere sulla frustrazione, e tenere sempre a mente cosa significa. Da una parte per capire meglio gli altri e dall’altra per evitare stupidi battibecchi come quelli di stasera.
Scusami collega, dovevo dirtelo prima.
Dovrei imparare dagli altri italiani quì, più relax.
Ogni tanto mi dimentico di quanto sia bello scrivere. Una volta (basta!) era la mia via di fuga, mentre gli altri fuggivano con l’aereo, io lo facevo con le parole; mi dispiace un sacco aver perso anni di scritti. Inutile dire quante volte abbia iniziato pensando di scrivere un ‘Piccolo vadevecum dell’esistenza’. Oltre che stupido son sempre stato parecchio modesto… E mi dispiace non aver mai concluso niente. Più concentrazione cribbio! Me lo ripeto un sacco in questi giorni ma forse ancora non ci son arrivato. Troppe distrazioni? Non saprei, penso troppi pensieri che distraggono. Puntualizzazione derivante dal fatto che ‘distrazioni’ è forse troppo positivo come termine.
E’ veramente fiQo questo ciddì, Volk per la cronaca. (Il termine Volk è uno di quei vocaboli tedeschi le cui connotazioni trascendono l’accezione specifica. Volk è una parola assai più pregnante che non “popolo”, dal momento che, per i pensatori tedeschi, fin dall’inizio del Romanticismo germanico, sullo scorcio del diciottesimo secolo, Volk denotava una serie di individui legati da una “essenza” trascendente, volta a volta definita “natura” o “cosmo” o “mito”, ma in ogni caso tutt’uno con la più segreta natura dell’uomo e che costituiva la fonte della sua creatività, dei suoi sentimenti più profondi, della sua individualità, della sua comunione con gli altri membri del Volk.)
Mi ha fatto un sacco piacere, l’esternazioni di affetto ricevute in questi giorni. Con il distacco, tante cose diventano più chiare e forse diventa anche più facile esprimerle. Altro particolare che mi pare naturale ma per questo motivo mi fanno arrabbiare un sacco; perchè bisogna avere una scusa per notare queste cose? Più attenzione amici miei, più attenzione a tutti i particolari che pervadono la nostra giornata. E’ difficile, difficilissimo, ma la puta mierda bisogna farlo. Il mio spagnolo è ancora giovane, non fateci caso. Cercare, cercare, cercare! Non fermarsi mai. Leggevo per puro caso ieri (che pezza stasera eh) un articolo di uno studio americano per cui la continua attività mentale protegga da malattie come l’alzeimer. Modestia a parte, ero arrivato a questa conclusione (com’ero intelligente
) in un post di qualche anno fa. Allora come ora mi dispiace fare confronti, però è notevole come una continua attività aiuti a vivere più a lungo. Mi dispiace perchè questo confronto deriva dall’osservazione dei miei nonni. Ho visto personalmente negli anni, spegnersi il nonno che se n’è andato oramai un anno fa, penso perchè (riferimento molto difficile ma azzeccatissimo:”the old man spoke up in a bar, said I never been in prison, a lifetima serving one machine, is ten times worse than prison”) una vita di lavoro in fabbrica piano piano sbruciacchi neuroni.
Che dire, penso sia arrivato il momento di coricarsi. Senza pensieri e con la soddisfazione della scrittura che, come sempre mi fa sentire vivo.
Buonanotte
Come volevasi dimostrare…
Non son mai stato fortunato di mio. Mi piace pensare di essermi guadagnato parecchie cosine nella mia vita (non sto parlando di soldi) e di aver spesso lottato contro il destino avverso. Tanto più all’uni. Mi son sempre ostinato a insistere con l’uni pur non essendole troppo simpatico. Anzi aggiungerei per nulla. Oggi ho avuto l’ennesima conferma. Non è un problema mio, lo giuro, anche quì, quando studio, riesco bene in quello che faccio, metto tutta la mia energia. Oggi ho scoperto che un altro esame è stato soppresso e quindi nn posso frequentare. Il problema si pone nel fatto che si allunga così la lista di quelli che mi rimangono in italia. E questo è un problema perchè incomincio ad avere una certa età (gh) ed essere un poco stanco di correre dietro a professori e modelli matematici. Mi piace tutto ciò, mi piace studiare, sul serio. Però non così, ho bisogno di un piccolo aiutino ogni tanto.
Dato che lo considero una persona saggia, ascolterò il suo consiglio e lotterò fino alla fine per quello che voglio… chissà cosa voglio…
io lo so.
Troppo facile
Dato che ho preso un pacco da Kareem Adbul-Jabbar, dedico qualche minuto al monocromo.
Sabato scorso vado a fare la spesa chez Carrefour con una amica. Verso la fine del tour dell’immenso magazzino noto (avevo già sfiorato l’idea) una scena particolare, pare che sia frequente che gli acquirenti, arrivati alla cassa, si accorgano di aver comprato troppe cose e ne lascino alcune in prossimità della cassa (zona chewin gum – rasoi per intenderci). A parte il piccolo ma tutt’altro che trascurabile particolare relativo al fatto che successivamente questi prodotti vengono rimmessi negli scaffali (frutta e verdura compresi), penso che ci sia qualcosa di un po’ marcio in tutto ciò. da sempre l’acquisto porta a soddisfacimento più o meno sessuale, quì però rasentiamo un attimino la patologia. Certo, lo dice anche il titolo di questo post. Il piccolo Conad dietro casa, o anche quello più grande un poco più lontano, probabilmente non vedono questi fenomeni perchè la mia città è pichella e forse la gente ha esigenze e comportamenti più genuini. Sarebbe carino capire il perchè di questo parallelo. Città pischella = genuinità? Sinceramente non mi interessa tanto.
Devo ammettere che visitare questi grandi centri commerciali, grazie anche al distacco che crea questo viaggetto mi ha permesso di osservare la disumanizzazione del prodotto. Perchè di questo in fine si tratta, non di cibo ma di prodotto. Inutile (troppo facile) fare polemica su questo campo. Certo è anche che togliere il nome alle cose (ed alle persone) permette di abbassare il livello di umanità. Ho letto da qualche parte, giuro non ricordo dove, forse il maledetto Focus, un discorso interessante sul fatto che, una volta (quand’eran zovan me… gh) il movimento di acquisto era più personale, il macellaio tagliava le fettine da quel trancio, le arancie provenivano dal quel contadino ecc (gh, exeterà). Ora lo yogurth si compra in confezioni da un kg e gli hamburger in confezione surgelata da 20 (li ho comprati, costavano niente). Altro discorso sicuramente quando numeri le persone, poi si parla dell’ingegneria sociale tanto ‘cara’ all’amico Tiziano.
Forse dovrei scrivere un po’ di più, almeno per non dimenticare l’itagliano. Lo farò.
Mail#2 to Manson’s Family aka Quanto son friQQettone?
[...] Per l’università non sono ancora completamente stabile e la cosa mi da parecchio fastidio, però ho deciso di prendere tutta la faccenda in maniera molto tranquilla e di dormire la notte. Perchè tutti raccontano di una esperienza fantastica, divertentissima e che rimarrà per sempre, perchè devo essere sempre io l’unico che non si gode le cose? Penso che (e mi succede sempre) le permanenze all’estero siano una arma a doppio taglio, perchè hanno tra gli effetti collaterali la capacità di far pensare quelllo che si sta vivendo in parallelo alle abitudini in madre patrie. E allora mi vengono in mente un sacco di posti a forlì che con l’arrivo dell’autunno si tingono di giallo. Cose che ho sotto gli occhi tutti gli anni negli ultimi 26 ma che spesso passano in secondo piano. Ed è brutto, penso. Mi ricordo alle elementari una uscita ai giardini della resistenza per ‘osservare e descrivere’. A quei tempi ci si accorge ancora delle foglie che cadono e cose del genere. Ora non più. Una volta, ad esempio, l’autunno era la stagione delle foglie eccecc, mo’ significa la fine dell’estate, il ricominciare a studiare o smettere di lavorare (per me), il freddo, i pub la sera ecc. Penso che non sia giusto tutto ciò. Penso che non debba passare 3 settimane a 2000 km da casa per vedere e capire queste cose. E allora? Più attenzione per i particolari? Biensur. Ma allora non solo ai particolari ambientali o climatici ma a tutti gli altri. Però, come si fa? Come si fa a ritagliarsi del tempo per tutte queste cose? Son io che non so fare? O forse è l’ambiente nel quale son (siamo) inserito che non me lo permette? Son cresciuto in una situazione come questa e attualmente (persino quì in Francia) mi sembra fuori di testa avere del tempo libero. Perchè ogni piccola parte di tempo libero è una perdita di tempo. Perchè in quell’attimo si sarebbe potuto produrre (nel senso più vario del termine e anche in rifermento a ‘Produci, consuma, crepa’ dei cari CCCP) qualcosa, perchè c’è qualcosa a cui bisogna arrivare, c’è sempre qualcosa lì ad attendere e bisogna arrivarci. Bisogna sempre correre per arrivare. Perchè se studio adesso poi finisco prima. Se finisco prima trovo lavoro prima. Che delirio (il mio)! Anche perchè son cose che forse mi invento io personalmente. Quando forse dovrei darmi un attimo più di valore. Perchè mi son accorto questo settembre, senza poter dare esami, che la mia giornata era normalmente scandita dallo studio e dal lavoro. Mi son accorto, di non avere niente di mio da fare… Però penso che possa esistere una dimensione più umana. O forse no. Forse son solamente io che da utopista quale mi reputo, spero in qualcosa a cui non si può tornare. Gh. Non so perchè son arrivato fino a questo punto, pensavo di fermarmi molto prima. Gli spostamenti mi fanno questo effetto, mi danno modo di uscire dal sistema e pensare (relativamente ad ‘uscire dal sistema’ ci sarebbero da scrivere km di mail). Spero cmq di non avervi annoiato. Però, come si fa a non vivere così? Come si fa? Ho conosciuto dei professori quì, eminenti cervelloidi che hanno dedicato la propria vita allo studio e hanno eccelso nel loro campo. E so che anche a me piacerebbe, anche più nel piccolo, potermi realizzare personalmente. E per farlo bisogna correre correre correre. E allora? Forse tutta questa mail lascia il tempo che trova.[...]
Mail#1 to petite
[...] Ho dovuto scrivere metà di questa mail prima di accorgermi di stare scrivendo un sacco di cazzate. Ovvio che ognuno vive questa esperienza come vuole, solamente che io mi son sentito sempre… nn so come
spiegarlo, però son sempre riuscito a individuare quello che avrei dovuto fare in questa e quella situazione, semplicemente guardando quello che facevano gli altri. Questo per due motivi, il primo
semplicemente perchè ho spesso visto negli altri particolari che avrei voluto sviluppare in me e che quindi consideravo la ‘normalità’, il secondo perchè mi sentivo inferiore. Ammetto, in passato di aver fatto
un paio di cose che genuinamente non avrei voluto fare e che ho fatto perchè volevo sentirmi come gli altri. Ed allora? Ed allora è stupido chiederti cosa hai fatto te e quali esperienze mi manchino. O sbaglio? Perchè poi questa non è solamente una questione mia personale. Son cose che mi son state inculcate. Io spesso, anche se più di frequente negli ultimi tempi, ho cercato di fare solo quello che mi sembrava gentile fare nei miei confronti. Però spesso, tante volte, mi son sentito dire ‘ma come? ma non…’ qualcosa che non ho fatto o che non volevo fare. Ed è brutto e martellante. Certo da, un lato, è giusto perchè altrimenti tante cose non le avrei vissute o fatte, però dall’altro è frustrante sai? Cercare di essere sempre ‘all’avanguardia’, è stressante. Non metto in dubbio il fine ultimo che questo martellamento ha condotto, però forse il metodo un po’ ‘violento’ nei miei confronti – anche se tu mi conosci, nella mia testa dura certe cose entrano solo con violenza. Una delle prime cose che ho assimilato quì, l’ho assimilata una delle prime sere, ero nella camera di una amica spagnola e si stava parlando in varie persone di questioni amorose (han voluto sapere come ci siam conosciuti ecc ecc gh) e verso la fine mi ha chiesto cosa pensassi della promiscuità. Io ero stanco ed ho incominciato a parlare in inglese perchè ad una certa ora il francese non esce più. Yep, I think it’s cool, ‘cos you must have many differents experiences to find out what you really want from the world, in love too. But there is the time for that and the time for find the right person and make esperiences no more, just ‘cos you know for shore that you have found the right person. Ed ella (gh) era d’accordo, anche se poi ha aggiunto che lei sta con il ragazzo attuale da 6 anni ed è sicura di aver trovato la persona giusta. Ed io poi, dato che ancora avevo poco a fare, ho pensato e ripensato a questa cosa, capendo che – e poi gliel’ho anche detto – l’importante è arrivare allo stesso punto, non conta quale – e lei si è poi dimostrata d’accordo. A questo, aggiungo anche una piccola citazione di Verlaine che ho letto di recente:’L'art, mes enfants, c’est d’être absolument soi-même.’ E allora??? Bisogna essere sè stessi o bisogna guardare gli altri per migliorare??? Eh! Sappiamo benissimo quale sia il mio punto di vista. Ho realizzato e forse autogiustificato negli anni la convinzione che cercare delle regole precise e spesso estremiste sia una tradizione particolarmente occidentale ed europea. Per tanti motivi, perchè è più facile seguire una regola ferrea, perchè è più facile definirla, perchè è più facile sentirsi parte di qualcosa in questa maniera, perchè solo chi si veste in una certa maniera, solo chi fa un certo saluto, solo chi crede fermamente in … è fiQo. Il senso di apparteneza si sa, è importante per tutti ed io, certe volte, mi scorgo in atteggiamenti da 15enne isterica. Per tornare invece a quanto accennato un attimo sopra, e per tirare acqua al mio mulino (gh) la soluzione è solamente una al nostro problema. Certo essere il più possibile sè stessi, magari avendo la umiltà di modificare sè stessi, per il futuro. Quindi? L’equilibrio! E deve essere secondo me – l’equilibrio! – qualcosa di molto sincero, bisogna assimilare veramente gli atteggiamenti che si intende assimilare, perchè – equilibrio! – altrimenti ci si obbliga in qualche cosa e non si è più sè stessi!
[...]
Etcì
La domanda iniziale, che prendeva spunto da questo malessere che mi porto dietro da un po’, era:”ma io mi diverto mai”?
Perché le implicazioni potevano essere molteplici, dal pensare che io non sia fatto per divertirmi (colpa mia) al fatto che io non riesca proprio a farlo. Ho passato in rassegna un po’ di momenti del passato più o meno recente per capire quale fosse la situazione. Ho cercato serate in cui mi son divertito ed ho trovato: la serata con Elena, la serata con la petite e Vale, la serata del mio comply col Lombo e Cipi, la serata al Rockp col Lombo e Cipi, la serata con i colleghi tutti, la serata col Lollo e il Lug. Passandole un attimo in rassegna posso dire che la serata petite-Vale è stata più una serata soddisfacente, personalmente soddisfacente, perché ho potuto avvicinare due persone a me molto care. Il mio comply con Lombo e Cipi era solo sbornia. Le serate Rockp col Lombo e Cipi e quella con Elena son state divertenti nel senso vero della parola, son stato bene, ho fatto cose che mi piacevano con persone a cui voglio bene. Tutte le altre son state qualcosa di differente dal divertimento, son stati momenti in cui mi son sentito a mio agio con persone che, per qualche vario motivo, mi vogliono bene. Il fatto di sentirmi accettato a me fa questo effetto molto forte, come le serate Collina dei conigli, divertenti un sacco perché ci si conosce tutti. A me piacciono un sacco queste situazioni. Dovrei aggiungere alla lista, gli aperitivi col Tasso, piacevoli assai perché molto intimi e personali. Quindi, mettiamo in lista: divertimento e agio. Poi, andiamo un attimo avanti nel tempo: Torcy. Non so sinceramente, le nottate in giro per la capitale son state veramente belle, dunque Sacre Coeur e Eiffel. La prima non saprei dire perché, forse il momento in sé, il fatto di essere sulla terrazza di una grande città come Parigi e sicuramente emozionante. E l’altra, penso si possa dire emozione personale, sensazione di libertà. Quindi, continuando: emozione, libertà. Prima di passare alle emozioni negative, voglio andare a fondo di quelle positive. Se penso a sensazioni positive nel recente trovo: soddisfazione personale, quando il proprio agire porta a conseguenze positive, come al lavoro. Anche se dovrei riflettere bene sul chi sia la causa di questa sensazione, se io tutto personale, oppure se debbano essere gli altri. Questo è un problema non da poco, ma più tardi. In questo ambito posso aggiungere pure la stessa soddisfazione, però a livello umano, quando ci si sente apprezzati, e importanti. In questo particolare ambito mi sento particolarmente afferrato, perché penso di sapere come dare attenzione alle persone e farle sentire bene. Di contro, conosco poche persone che lo san fare, anche se prima della partenza son aumentate esponenzialmente. Un’altra sensazione positiva da mettere in lista è la soddisfazione in campo sentimentale, che penso sia comunque molto varia e variegata; nel mio caso in particolare posso dire che per me deriva dalla sentore di avere davanti, tra le mie braccia… non so. Mi son bloccato. Non è la prima volta che mi succede, che mi succede di non riuscire a descrive cosa mi lega alla petite. Attualmente è un grosso bug, in quanto se voglio elencare tutti motivi di positività, quelli che rientrano nella sfera sentimentale son oltremodo importanti. Però ora va così. Forse, se consideriamo semplicemente che la mancanza di tutte le sfaccettature sopra porta a negatività, allora di contro posso dire sicuramente che la petite porta positività perché mi fa divertire, ma fa sentire a mio agio, mi fa sentire apprezzato, mi emoziona, tante volte mi emoziona e mi fa sentire libero di essere me stesso. Ecco, si finisce sempre qui, negli elogi alla petite, giuro che non ho fatto apposta, son cose che son venute da sole. A breve anche l’elenco delle negative eh, non disperate