Due parole

Gennaio 13, 2009 at 6:16 pm (da fuori) (, , , )

Per oggi son soddisfatto, sto prendendo piano piano il ritmo e avendo ancora tempo davanti a me, penso di potermela giocare. Sperando anche nella magnanimità del prof, che comunque sarebbe lecita.

Ancora una volta, ieri sera in particolare, ho sentito una sorta di malessere diffuso, più mentale che fisico, una sorta di disagio di sorta. Ed oggi, parlando con la petite, ho scoperto che pure lei ha avuto queste sensazioni. Come al solito, questo rientra in una casistica che conferma le mie teorie. In particolare, l’empatia che ci contraddistingue e che penso si possa estendere a tutto il resto. Che si possa applicare questa empatica al grande grafo fortemente connesso? O, più correttamente, che il grafo fortemente connesso possa essere influenzato da questa sorta di telepatia che chiamo semplicemente empatia? E che quindi le interazioni tra li esseri umani (mi son stancato di scrivere uomini perchè è riduttivo) possano comprendere qualcosa di intangibile o forse tangibile solo sviluppando una certa sensibilità? Potrebbe essere così. Certo si sfocia nella metafisica e forse nella magia (asd) però, ad esempio, wiki riporta nella definizione:

Il termine “empatia” è stato equiparato a quello tedesco “einfühlung”. Coniato, quest’ultimo, dal filosofo Robert Vischer (1847-1933) e, solo più tardi, tradotto in inglese come “empathy”. Vischer ne ha anche definito per la prima volta il significato specifico di simpatia estetica. In pratica il sentimento, non altrimenti definibile, che si prova di fronte ad un’opera d’arte. Già suo padre Friedrich Theodor Vischer aveva usato il termine evocativo “einfühlen” per lo studio dell’architettura applicato secondo i principi dell’Idealismo.

Che forse allora questo flusso possa essere aggiunto ad un’opera d’arte o comunque a qualche oggetto del mondo sensibile? Mha, a parer mio sarebbe una bella teoria, anche se son convito che l’artista di valore riesca ad interpretare una esigenza che risiede già dentro di noi, quindi niente a che fare con flussi magici. Altri studi, sempre liberamente tratti da wiki (e mi dispiace un sacco dover attingere da questa fonte più povera, ma non ho possibilità di studiare queste cose, cribbio!) parlano di capacità naturali del cervello umano, espandibili dalla fisicità ai sentimenti, di emulare i comportamenti che vengono osservati:

Fondamentali, in questo contesto, sia gli studi pionieristici di Darwin sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle emozioni, sia gli studi recenti sui neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolatti, che confermano che l’empatia non nasce da uno sforzo intellettuale, è bensì parte del corredo genetico della specie.

Quindi si ritorna sul piano fisico ancora una volta. Ed è sempre questo il concetto che ho della filosofia buddista, di ricondursi sempre a verità di tipo fisico-psicologico.

Conclusione? Mi piace la piega che sta prendendo il monocromo, mi paiono post un pochino più profondi del solito (prometto una spiegazione più accurata dell’ultimo post) e mi piace pensare di avere una musa.

Edith Stein: “Empath [...] is the experience of foreign consciousness in general”

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Qualcosa é cambiato

Dicembre 11, 2008 at 3:36 pm (da fuori, pensieri) (, , , , , , , )

1 odio la tastiera francese. So di averlo già scritto, ma in questo momento più che mai.

2 c’é la possibilità che ritorni in patria appena dopo Natale per qualche giorno. La notizia mi ha un po’ disturbato. Non ho ancora capito se in senso positivo o in senso negativo. Faccio super fatica a studiare, ma forse niente di nuovo sotto il sole. Son in biblio e già mi sembra cosi’ lontana da me. Non so perché. Mi fa piacere tornare chez moi. Avere la libertà di girare, di vedere i miei amici. Sicuramente mi mancherà, ne son sicurissimo e lo sono sempre stato. Pero’ un attimo di relax mi serve. Per mettere a posto un po’ di idee, per parlare e prendere accordi per un possibile futuro.

Il 2008 é stato un anno particolarmente movimentanto, nel senso di movimento. Arrotondanto per motivi di calcolo, ho percorso:

1013+331+201+1041+(448*3)+1147+(540*2) = quasi 6000km che diventeranno 7000 una volta tornato a casa (+1147+399)

concedetemi un ’sticazzi. La maggior parte di questi assieme alla petite. Aggiungendo l’Islanda e qualche altro piccolo movimento, fanno 10000km in due anni. Quindi é proprio vero!

Ma va bene cosi’, forse mi son rifatto del tempo perduto, forse veramente ho ritrovato quello che avevo perso anni e post fa. Dovrei dare più attenzione a questo particolare, é passata un’era, 10 anni della mia vita son iniziati e finiti come periodo a sé stante. Che sia stata una prova? bof

Pero’ é impressionante questo particolare, qualcosa, magari semplicemente il fato, mi ha dedicato 10 anni per poi farmi tornare al punto di partenza. Particolare come il fatto che su questa tastiera non esiste la ‘e’ accentanta. Certo, non é tutto come prima, assolutamente, questi dieci anni son stati fonte di infiniti problemi e alla stessa maniera, di infinite possibilità di imparare. Che sia proprio questo lo scopo? Che sia stato un periodo di preparazione a qualcosa? A cosa? Semplicemente sto diventando vecchio? asdasdasdasdasdasd

Potrebbe essere semplicemente cosi’. Come semplicemente la tastiera non accenta le ‘i’. Il destino esiste, ma non come prescritto dall’alto, siamo noi che ce lo creiamo perché solo cosi’ possiamo crearcelo. Il libero arbitrio? Je ne sais pas, fino a questa estate non esisteva e penso anche ora. E’ solo questione di livelli, ad un certo livello esiste, ad uno superiore non esiste. Siamo in trappola? La matrice ci possiede. Il grafo forse ci possiede, il grafo nel nostro cervello ci possiede. Probabilmente si’. Quindi? Forse anche l’altro grafo entra in gioco in questo momento, e forse é proprio lui la chiave di tutto. Il famoso grafo fortemente connesso é il tutto. Perché io son fatto cosi’, come la tastiera senza accento sulle ‘i’, e son solo gli input esterni a permettermi di fare qualcosa che non é semplicemente la mia natura. Solamente che cio’ funziona solamente se io, lo voglio.

E’ forse questo che dovevo capire in questi 10 anni?

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Io NON l’avevo detto…

Dicembre 5, 2008 at 4:18 pm (feeeko) (, , , , )

Jamais!

[OT] non ho mai capito perchè il treno va in Puglia… bha.

[/OT]

non so perchè, ma quel periodo storico (50’s-60’s???) mi affascina. Forse, dai racconti dei miei nonni qualcosa traspare. Finita la guerra, l’automobile, la televisione, le vacanze al mare, il progesso, i capelli come quelli di Mina, mi immagino la città ancora come un villaggio, come qualcosa di vivibile, di piacevolemente protettivo.

Mi ricorderò sempre il mio nonno una volta, raccontandomi la storia di una banconota da mille lire appesa al muro:

“quella è falsa, me l’hanno data per pagare l’entrata ad una festa una sera (il mio nonno organizzava feste?), perchè sai, dopo la guerra, ogni scusa era buona per fare festa…”

caruccio :°)

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Sempre più a fondo

Novembre 13, 2008 at 10:36 am (bello!) (, , , , , )

Mi sta aprendo gli occhi un libretto che ho comprato a Ginevra ( :° ) del Dalai Lama. Lo so, lo so. Forse dovrei interrompere questo isolazionismo buddista che mi porto dietro da mo’, però forse non è ancora arrivato il momento… cmq, questo libretto è veramente bello, perchè supera il primo livello di conoscenza, il livello di wikipedia per intenderci, e incomincia ad andare un attimo più nel profondo nella metafisica buddista. Ed è bello per un personaggio come me, notoriamente filo-formalismi, perchè dà una visione più precisa di tutta questa grande storia. E stamattina mi son accorto che il discorso relativo al grande grafo super connesso (vedi un paio di post fa) è reale. L’ho visto nella residenza, quando l’umore generale è positivo, tutti ne risentono. E’ bello tutto ciò e mi fa pensare.

Come mi fa pensare, in questi giorni per nulla malinconici, ai bei tempi andati. Mi son venute in mente tante cose degli anni passati in questi giorni. Senza assolutamente tristezza. Però ogni tanto viene a galla il periodo tra il 2004 e il 2007. Ho passato mille ore a leggere, a parlare con le persone più strane (in chat e realmente), a vedere un sacco di film estremi… estremi. Penso che l’apice sia arrivato con La corazzata Potëmkin che devo ammettere è bello, a me è piaciuto. E poi tutta la serie di Ed Wood Junior, compreso quello di Tim Burton, tutti i Chaplin, i Buster Keaton e Il gabinetto del Dottor Caligari, Nosferatu e L’ombra del vampiro, tanti filmini 80’s, Spie come noi, Cannonball, tutta la serie di Chevy Chase, e tutti i film che i miei amici di #bolognina mi consigliavano, Ciuf, Flo` e tutti gli altri che oramai si son persi nel tempo. Senza parlare di tutta la musica che ho ascoltato, tutte le volte (mi è tornato in mente ieri) che saltavo come un pirla sulla sedia per la versione (a mio modesto parere) punk di Sweet Jane. Devo ammetere che mi manca un po’ quel periodo e spero di poterne vivere un altro simile in futuro.

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Merda burdel.

Ottobre 31, 2008 at 11:04 am (Uncategorized) (, , )

Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos

di CURZIO MALTESE

AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.


Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C’è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.

(30 ottobre 2008)

La repubblica

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