Massì, perché no?!
Dopo parecchio tempo, mi ritrovo ad aggiungere due righe due su queste pagine. Ammetto, non è stata completamente colpa mai, nel frattempo ho cambiato casa e per ora son sfornito di connessione, quindi mi risulta difficile lasciare un pensiero, sopprattutto se si considera che i pensieri migliori arrivano sempre di sera. Quindi?
Quindi niente, si studia, ogni tanto si scrive, si cucina un sacco, si prende freddo. E si aspetta. Solamente che io son più positivo di Beckett e so che Godot arriverà prima o poi… ; )
Post malinconico
Sull’aria di Somewhere over the rainbow di Israel Kamakawiwo Ole’.
Oggi ultimo esame scritto a Marne la Vallée. Male, estremamente male, penso di non contarci per nulla. Però mi sento un attimo più leggero, e più pensieroso. Perchè la fine è sempre così, quando si arriva alla conclusione di un certo periodo o si guarda indietro e vengo alla memoria tanti ricordi. Son in biblio, esattamente nel tavolo dove mi son seduto la prima volta 4 mesi fa. Ero partito carico ancora con l’abitudine studiaiola italiana e leggevo un libro sui compilatori gh la ragazza davanti a me, ignara del mio francese ancora giovincello, mi ha chiesto Je vais à fumer, est-ce vous restez la pour me regarder l’ordinateur? Ed io ho risposto La ou? Naturalmente ho capito dopo giorni cosa mi avesse chiesto, e alla stessa maniera ho capito quanto fosse intricato il francese parlato. Poi c’è stata la snervante ricerca degli esami, con mail verso l’italia e disperazioni di vario genere, le corse burocratiche e gli insulti da parte di quella ignorante della segretaria. Poi piano piano i corsi, quelli che son riuscito a trovare. Mi ricordo perfettamente la prima lezione di Traitement de langue, mi ricordo sopprattutto perchè pensavo a quando avrei ripensato a quel momento ghgh ad ora. Mi ricordo la soddisfazione appena uscito per aver capito tutto quello che il prof aveva detto, ai tempi, era un gran passo avanti. E quindi, lezioni su lezioni, il francese che migliora, le amicizie che si fanno più strette. Fino alla rottura. Mi ricordo una sera in cui dovevo decidere quando partire per Ginevra, che ho saggiato la rottura. Mi ricordo lo stress accumulato in giorni e giorni di studio con pochi risultati visibili che ad un certo punto è svanito nel nulla. E’ stata una grande soddisfazione, mi son sentito libero. E’ un po’ come il nirvana penso, ed è graduale, non improvviso da zero a mille. E più volte ho sentito questa sensazione attraversarmi i neuroni durante questi mesi. Penso sia stata questa la grande vittoria. E, naturalmente, l’aiuto della petite è stato provvidenziale e necessario. Per questo je l’adore. E poi, il progetto, il progetto infinito per il quale ho scritto codice persino sulla RER! E a Parigi, a casa di Abdool, che ha passato il tempo a guardarmi scrivere codice mentre cercare foto del nuovo Mac. Che persona fashion, sopprannominato successivamente Dolce & Gabbana per alcune foto compromettenti su fb. E dopo la splendida gitarella a Geneve anche la petite mi ha fatto visita nella 2° capitale del mondo. Perchè nel tempo ho maturato la convinzione che (approssimando) siano esistite 3 capitali del mondo, del mondo occidentale naturalmente: Roma, Parigi e New York. E via! Per le strade della ville des lumieres, al Centre Pompidou, alla Cité des sciences, a DysneyLand Paris dove siamo tornati i pischelli che in fondo siamo ancora. E devo confermare le voci per cui Parigi sia una città romantica. Noi almeno, abbiamo risentito di questo romanticismo. Poi la festa di Natale e compleanno di György quando si incominciava già a sentire l’odore di questa fine. Grande festa comunque, la più riuscita secondo me. E poi Natale ed il ritorno all’ovile per una decina di giorni. Particolare, più impegnativo forse il ritorno che l’arrivo in Francia. Ma di questo si è già parlato. Il capodanno malato, ghiaccioso e koalosissimo [cit.] ed il ritorno, a quanto pare scolasticamente inutile a Torcy e gli amici nuovi che, come per quelli vecchi, mi mancheranno. Quindi, giunto alla fin della tenzone, incerto sull’arcione cerco di risalir. Il titolo è ezzeccatissimo, questo è un post malinconico, di quelli che ho sempre adorato. Da una parte i sorrisi che escono ricordando il passato, dall’altro l’amarezza perchè tutto sta finendo, da un lato la voglia di continuare questa esperienza (seppur in maniera diversa) e dall’altro la voglia di un po’ di relax italiano. Quindi? Basta quindi, non si conclude niente, si continua. PTVL!
Bonjour Torcy
Qualche commentino a caldo del ritorno in terra francofona.
Son stati appena 10 giorni di Romagna ma son venute a galla un sacco di cose. Ho rivisto molti amici, chi più chi meno casualmente, ho reicontrato il parentado, il micio, ho brindato il capodanno casalingamente perchè la petite era malatina, ho fatto tanti progetti, ho pattinato, ho constatato. Il ritorno sia qui che lì è stato un po’ complicato, ho passato qualche notte guardando il vuoto del soffitto bianco della mia camera ed ascoltando il silenzio della mia città natale. Quest’ultimo particolare è stato quello che più mi ha fatto pensare. Non so a cosa di preciso perchè in quel momento non pensavo, guardavo solo il vuoto ed ascoltavo il silenzio. Non so cosa stessi cercando, probabilmente nulla, solamente mi lasciava allibito e forse un po’ sgomento. Ma non con amarezza o negatività, solamente con stupore. Nella lista di cosine da fare al ritorno (il mio soggiorno quì consterà solamente 2 settimane) come ad esempio cercare un alloggio fuori casa, scrivere (!?), dare lezioni, cambiare aria e cercare qualcosa da fare in mezzo a tutte queste cose (ho scritto università? no???). Penso che questa esperienza Torcycien mi ha permesso sopprattutto di accumulare energie e voglie e il ritorno mi permetterà di esprimerne il più possibile. Certamente una esperienza positiva, in assoluto positiva. Certo i momenti di panico non sono mancati, ma penso siano stati proprio questi a fare del bene. La terra natìa mi manca relativamente, nel senso che son stato bene là, ma il desiderio di fuga c’è sempre. La domanda scontata ora dovrebbe essere perchè allora non Torcy? Perchè non la vedo come il posto a me congeniale. Forse è solo troppo lontano dal mio affetto, però penso ci sia anche dell’altro. Che forse in questa sede non riesco ad esprimere. Esiste un certo paradosso tra Forlì e Torcy, per quanto possa sembrare strano, mi sento più libero a Forlì. Penso perchè alla mia età non posso restare in un posto che effettivamente non da nulla come opportunità di divertimenti (Parigi è lontana.) son comunque abituato alla libertà che l’automobile mi dona. Pur non usandola tanto, quando voglio posso farlo.
Ho reincontrato di recente il mito della metà di Platone raccontato da Aristofane. E devo ammettere, nel momento giusto. E’ un mito splendido secondo me, che spiega perfettamente la sensazione che si prova in queste situazioni. Posso vantarmi di averle sperimentate quest’anno. E’ una sensazione di calore, ma non la classica dove ci si nasconde, o forse solo in parte, è un calore che deriva dalla completezza. Ed è proprio questo il punto di forza di Platone, la completezza degli opposti. Piacevolmente riproposti dalle filosofie orientali attraverso lo ying e yang, è un concetto che ricorre spesso in filosofia, per non parlare del buddismo che ne ha fatto bandiera, e penso sia quel particolare che dona il sale ad un rapporto. Se non si comincia e prosegue un percorso comune, il rapporto effettivo non esiste. Ed è per questo che spesso mi son trovato accanto (e mi son cercato) una persona diversa da me, dal mio standard abituale e solitamente anche più sveglia di me. Perchè questa differenza spesso porta allo scontro e questo scontro poi porta ad un cambiamento. Che è il sale questa volta, della vita di ognuno di noi. E quel legame stretto di compenetrazione amorosa di esistenze l’ho visto, di recente, e mi scalda sempre il cuore.
Help! aka Amici miei atto III
Oggi, simpatica giornata a letto causa 39 e rotti di febbre. L’unico risvolto positivo è stato lo sballo della febbre gh
Ieri, dopo una lunga nottata in cuccetta, son tornato all’ovile. Breve saluto a tutti gli amici e birretta in giro per la capitale di Romagna. Questa è solo una breve pausa prima della tirata finale di gennaio, poi si torna veramente a casa. Non so sinceramente, ho paura. Tra 3 settimane circa, tutto tornerà come prima, esattamente perchè è tutto rimasto come prima. E se prima vi ero abituato, ora non lo sono più. Non penso di riuscire a riabituarmi. Non penso proprio. Devo trovare una soluzione, perchè ho già visto che mi è particolarmente difficile vivere questa situazione. Ergo devo trovare una soluazione. Spero proprio perchè mi prende male ora, non voglio pensare a poi.
p.s.
mi mancavano le mie cuffie, la musica cambia veramente
Qualcosa é cambiato
1 odio la tastiera francese. So di averlo già scritto, ma in questo momento più che mai.
2 c’é la possibilità che ritorni in patria appena dopo Natale per qualche giorno. La notizia mi ha un po’ disturbato. Non ho ancora capito se in senso positivo o in senso negativo. Faccio super fatica a studiare, ma forse niente di nuovo sotto il sole. Son in biblio e già mi sembra cosi’ lontana da me. Non so perché. Mi fa piacere tornare chez moi. Avere la libertà di girare, di vedere i miei amici. Sicuramente mi mancherà, ne son sicurissimo e lo sono sempre stato. Pero’ un attimo di relax mi serve. Per mettere a posto un po’ di idee, per parlare e prendere accordi per un possibile futuro.
Il 2008 é stato un anno particolarmente movimentanto, nel senso di movimento. Arrotondanto per motivi di calcolo, ho percorso:
1013+331+201+1041+(448*3)+1147+(540*2) = quasi 6000km che diventeranno 7000 una volta tornato a casa (+1147+399)
concedetemi un ’sticazzi. La maggior parte di questi assieme alla petite. Aggiungendo l’Islanda e qualche altro piccolo movimento, fanno 10000km in due anni. Quindi é proprio vero!
Ma va bene cosi’, forse mi son rifatto del tempo perduto, forse veramente ho ritrovato quello che avevo perso anni e post fa. Dovrei dare più attenzione a questo particolare, é passata un’era, 10 anni della mia vita son iniziati e finiti come periodo a sé stante. Che sia stata una prova? bof
Pero’ é impressionante questo particolare, qualcosa, magari semplicemente il fato, mi ha dedicato 10 anni per poi farmi tornare al punto di partenza. Particolare come il fatto che su questa tastiera non esiste la ‘e’ accentanta. Certo, non é tutto come prima, assolutamente, questi dieci anni son stati fonte di infiniti problemi e alla stessa maniera, di infinite possibilità di imparare. Che sia proprio questo lo scopo? Che sia stato un periodo di preparazione a qualcosa? A cosa? Semplicemente sto diventando vecchio? asdasdasdasdasdasd
Potrebbe essere semplicemente cosi’. Come semplicemente la tastiera non accenta le ‘i’. Il destino esiste, ma non come prescritto dall’alto, siamo noi che ce lo creiamo perché solo cosi’ possiamo crearcelo. Il libero arbitrio? Je ne sais pas, fino a questa estate non esisteva e penso anche ora. E’ solo questione di livelli, ad un certo livello esiste, ad uno superiore non esiste. Siamo in trappola? La matrice ci possiede. Il grafo forse ci possiede, il grafo nel nostro cervello ci possiede. Probabilmente si’. Quindi? Forse anche l’altro grafo entra in gioco in questo momento, e forse é proprio lui la chiave di tutto. Il famoso grafo fortemente connesso é il tutto. Perché io son fatto cosi’, come la tastiera senza accento sulle ‘i’, e son solo gli input esterni a permettermi di fare qualcosa che non é semplicemente la mia natura. Solamente che cio’ funziona solamente se io, lo voglio.
E’ forse questo che dovevo capire in questi 10 anni?
E domani…
Giornata parecchio culturale oggidì. Ho visto questo:
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e questa:

certo, non sono niente in confronto a questo:

però è stato fiQo lo stesso. Anche la compagnia è stata interessante, nuove persone (matematici!
) gradevoli e vecchie conoscenze. Certo, ero abituato a compagnie di tutt’altra storia, però bisogna avere pazienza. Un giorno ci si ritroverà a visitare la più strana delle esposizioni. Perchè a quanto pare l’arte moderna ci attiri particolarmente, già due musei sono stati esplorati, anche se devo ammettere che preferisco quello di Paris.
Ed infatti, ho promesso un piccolo commento al post su Marinetti, che però non so se apparirà su questa pagine. In due parole, noi italiani siamo sempre i più sbrokkati del pianeta, sempre con una rivoluzione in testa, passionali e spesso contro corrente. Così Marinetti con i suoi, ai primi del secolo, arrivava a Parigi e si faceva pubblicare in prima pagina su Le Figaro il suo Manifesto futurista, dove stravolgeva le regole dell’arte com’era allora conosciuta. Certo, i principi son un po’ estremi ed hanno dato adito a sviluppi di cui tutta l’Italia ha pagato le conseguenze. Ma io volevo celebrare la passione e il genio italiano. Perchè anche nella lontana terra di Islanda ho notato che, da questo punto di vista, saremo sempre più casinari più impulsivi e più rosikoni del resto del pianeta, ma questo disagio e questa passione ci ha sempre spinto a superare i limiti.
Come del resto, insegnava il ragioniere:
Questa sera, post multimediale…
Due parole su Disney? Divertente. Si torna veramente marmocchi, sopprattutto con la mela caramellata. Ottima. Si dalla prima volta in cui son stato a Disney, ho pensato che Parigi fosse la Disney dei grandi, ed oggi ne ho avuto conferma guardando la metro allontanarsi, era la stessa immagina che si ha quando una delle carrozze prima delle propria, parte per il giro nel fantastico mondo di Pinocchio, o di Peter Pan.
Ho avuto anche l’inaspettato piacere (non era inaspettato, lo ammetto) di trovarmi un piccolo Modigliani alla mostra di Picasso, di cui non ho abbiamo una diapositiva perchè non l’ho trovata sul web. Ci delizieremo quindi con un altro quadro:

è strano come quest’anno, dopo tanto tempo che cercavo ho trovato per la prima volta Modigliani o quel che ne resta, ho potuto vedere un suo dipinto (e la sua firma) dal vivo, ho trovato la mia vera Jeanne.
Dato che ho già specificato questo essere un post multimediale, non posso dare spazio, un piccolo spazio anche a questo dipinto
e, citando un vecchissimo fumetto di Lupo Alberto della mia infazia… ‘dal vivo i colori son più vivi’ gghghgh
Che dire… la Svizzera pare non essere così sicura come si pensava… ma oramai siamo diventati bravi. Sia diventati bravi a rialzarci da queste piccole cadute e guardare avanti. Il particolare più interessante secondo me, è che lo stiamo imparando e vivendo insieme. Mi piace questo divenire, questo crescere. Mi è sempre piaciuto, quando son riuscito a farlo, anche se forse una volta me ne compiacevo di più. Mi dispiace aver perso quel piacere che mi aveva regalato, tanti anni fa il grande Friedrich:
che, con il suo
in bilico verso il super uomo, ha riempito il mio cervellino di buoni propositi.
Quindi, continuamo con questi buoni propositi, perchè questa strada mi piace, mi piace pensare questo strano equilibrio e pensare a cosa potrà produrre un giorno : )
Io NON l’avevo detto…
[OT] non ho mai capito perchè il treno va in Puglia… bha.
[/OT]
non so perchè, ma quel periodo storico (50’s-60’s???) mi affascina. Forse, dai racconti dei miei nonni qualcosa traspare. Finita la guerra, l’automobile, la televisione, le vacanze al mare, il progesso, i capelli come quelli di Mina, mi immagino la città ancora come un villaggio, come qualcosa di vivibile, di piacevolemente protettivo.
Mi ricorderò sempre il mio nonno una volta, raccontandomi la storia di una banconota da mille lire appesa al muro:
“quella è falsa, me l’hanno data per pagare l’entrata ad una festa una sera (il mio nonno organizzava feste?), perchè sai, dopo la guerra, ogni scusa era buona per fare festa…”
caruccio :°)
Penso che tutti in questo mondo…
abbiano almeno una volta incollato il viso della propria amata su quello di Psiche di Canova.
Guai a voi!
Cmq, voglio aggiungere una piccola perentesi sul museo più conosciuto del mondo che ho visitato gius’appunto oggi. Pare proprio l’opera più ricercata sia la nostra Gioconda, come un’ala del museo sia dedicata solamente ai nostri pittori. Ammetto di essere un poco cotto e quindi non so se scriverò cose intelligenti… devo ammettere però anche che io di arte capisco niente, però mi piace passeggiare per le grandi sale e guardare dipinti e persone. Perchè esistono vari tipi di personaggi da museo. Come lo svogliato, quello che ne capisce meno di me e non voleva proprio venire alla visita. Questo personaggio di solito gira senza meta tra le opere ogni tanto sbirciando un quadro ma essenzialmente pensando ai fatti suoi o a cosa mangiare la sera. Dall’altro lato si trova il maniaco da museo, quello che fotografa tutte, TUTTE, le opere e tutte, TUTTE, le targhette espicative. Mi chiedo se mai riguarderà tutte quelle foto o se solamente ammorberà il prossimo in lunghe sedute davanti alle foto delle vacanze.
Essendo un gruppo di studenti fuori sede estremamente scoordinato ed essendo stata ieri una serata di complenno (Cum-plea-nos-Fe-liz!) un attimo alcolica, la gitarella al Louvre è stata tutta in solitaria ma, come al solito, ogni tanto mi fa bene girare da solo. Ed ho pensato un sacco, penso di avere capito oramai quale direzione voglio prendere. Forse so anche dove, però questo particolare oramai è ininfluente. L’importante è poterlo fare sempre mano nella mano.
Merda burdel.
Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos
di CURZIO MALTESE
AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C’è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.
(30 ottobre 2008)
Troppo facile
Dato che ho preso un pacco da Kareem Adbul-Jabbar, dedico qualche minuto al monocromo.
Sabato scorso vado a fare la spesa chez Carrefour con una amica. Verso la fine del tour dell’immenso magazzino noto (avevo già sfiorato l’idea) una scena particolare, pare che sia frequente che gli acquirenti, arrivati alla cassa, si accorgano di aver comprato troppe cose e ne lascino alcune in prossimità della cassa (zona chewin gum – rasoi per intenderci). A parte il piccolo ma tutt’altro che trascurabile particolare relativo al fatto che successivamente questi prodotti vengono rimmessi negli scaffali (frutta e verdura compresi), penso che ci sia qualcosa di un po’ marcio in tutto ciò. da sempre l’acquisto porta a soddisfacimento più o meno sessuale, quì però rasentiamo un attimino la patologia. Certo, lo dice anche il titolo di questo post. Il piccolo Conad dietro casa, o anche quello più grande un poco più lontano, probabilmente non vedono questi fenomeni perchè la mia città è pichella e forse la gente ha esigenze e comportamenti più genuini. Sarebbe carino capire il perchè di questo parallelo. Città pischella = genuinità? Sinceramente non mi interessa tanto.
Devo ammettere che visitare questi grandi centri commerciali, grazie anche al distacco che crea questo viaggetto mi ha permesso di osservare la disumanizzazione del prodotto. Perchè di questo in fine si tratta, non di cibo ma di prodotto. Inutile (troppo facile) fare polemica su questo campo. Certo è anche che togliere il nome alle cose (ed alle persone) permette di abbassare il livello di umanità. Ho letto da qualche parte, giuro non ricordo dove, forse il maledetto Focus, un discorso interessante sul fatto che, una volta (quand’eran zovan me… gh) il movimento di acquisto era più personale, il macellaio tagliava le fettine da quel trancio, le arancie provenivano dal quel contadino ecc (gh, exeterà). Ora lo yogurth si compra in confezioni da un kg e gli hamburger in confezione surgelata da 20 (li ho comprati, costavano niente). Altro discorso sicuramente quando numeri le persone, poi si parla dell’ingegneria sociale tanto ‘cara’ all’amico Tiziano.
Forse dovrei scrivere un po’ di più, almeno per non dimenticare l’itagliano. Lo farò.