Bolle

Mi piaceva la sensazione di calore che dava quell’enorme stanza. Non era tanto la sauna o la piscina a distendere ma l’acqua che si spandeva dovunque, come fosse una spiaggia vera, nel bel mezzo dell’inverno, nel bel mezzo dell’appennino.

L’autunno era appena iniziato ma già l’odore dei camini, delle castagne sul fuoco e del vino novello, facevano da contorto a quel week end meritato e tanto atteso.

Non era la prima volta che mi concedevo un paio di giorni di tregua in quel posto sperduto ma era veramente da tanto tempo che non succedeva.

E c’era anche una novità, ero andato con L, finalmente. Niente di meglio.

Avevo trovato un angolo comodo e silenzioso, dal quale potevo sbirciare tutta la grande sala mentre l’acqua mi accarezzava insistente le gambe. Il bottone per far partire il macchinario era a pochi centimetri dalla mia mano, quasi non mi dovevo neanche sporgere per attivarlo una volta finito il tempo.

Sarò stato lì una mezz’ora almeno e, contando che il massaggio durava circa 3 minuti, penso di avere premuto quel tasto almeno 7-8 volte.

Avevano posizionato i getti in maniera che neanche mi dovessi sorreggere, solamente le bolle bastavano a non farmi affondare e farmi fluttuare sul pelo dell’acqua. Sul soffitto una decina di luci colorate assicuravano onde di tonalità che si spostavano nella visuale, da destra a sinistra.

Dall’altro lato della vasca, la finta spiaggia coperta di lettini coperti di teli coperti di persone.

C’era la coppia scolpita e abbronzata che si scambia occhiate d’intesa. Li avevo visti, quella mattina a colazione, sventrare 4-5 uova sode a testa con le dita, lasciando solamente i rossi da una parte. Quell’immagine mi aveva bloccato lo stomaco, non perché non mi piacessero le uova o per lo spreco di cibo, ma penso fosse proprio il movimento che facevano con il pollice, rompendo prima il guscio e poi l’uovo, scavando fino a trovare e eliminare il rosso maligno e pieno di colesterolo. Non era certo un posto raffinato, però le rimanenze di uovo sulle loro mani mi aveva disgustato.

Poi due anziani lettori. Li detestavo. Arrivavano di buon mattino o nel primo pomeriggio ed occupavano i lettini migliori, quelli nella posizione migliore, piazzandosi con un libro tra le mani. Certo apprezzavo il gesto, la maggior parte del bagnanti stringeva il telefono in mano e passava il tempo scorrendo schermate infinite col pollice o fotografandosi per gli amici, coperti di asciugamani e occhialoni da sole per nascondere quello che di solito nascondeva il trucco. Però non potevo non notare che in tutte quelle ore, non avrebbero fatto neanche un bagno. Una sala lettura sarebbe bastata alle loro esigenze, anzi avrebbero speso meno e per di più non avrebbero occupato un lettino, già ce ne erano pochi.

Una famigliola, due figlie con una madre, sfogliavano riviste, romanzi e testi universitari. Almeno, loro, un bagno ogni tanto lo facevano. Era splendido vederle abbracciarsi in acqua e notare tutti i piccoli dettagli le facevano assomigliare. Spesso neanche marcati ma solamente un’espressione o un movimento della bocca mentre sorridevano. Pensavo alla bellezza della complicità che può nascere tra una madre ed una figlia. Sensazioni che forse provavo con mio figlio anche se in una tonalità completamente diversa.

Una coppietta, erano giovani, che qualcuno avrebbe definito male assortita. Erano le mie preferite. Quelle in cui si notava una differenza da punto di vista estetico, uno scalino per così dire. Quelle, insomma, in cui lui appariva come un bel ragazzo mentre lei molto meno appariscente. Un pochino in carne magari, con le forme giuste nei posti sbagliati. Adoravo quelle coppie – che comunque erano uniche, mai succedeva di vedere invertiti i sessi, chissà perché – le adoravo perché forse mi immedesimavo in entrambi. Mi era capitato anni prima, di sentirmi al posto della ragazza e di aver trovato una persona a cui piacessi con tutti i miei difettini – giuro che a me non sono mai interessati – ed imperfezioni o comunque anche se fossi al di fuori dei canoni di bellezza. E, ai tempi piccolo e stupido, mi vantavo, senza mai dirlo esplicitamente, di quella mia conquista. Ed alla stessa maniera mi vantavo di avere un occhio particolare per le persone, di non essere legato così strettamente ai canoni in vigore ma che anzi, il mio occhio fosse allenato a scovare la bellezza dove più si nascondeva. E spesso la trovavo e me ne innamoravo.

In quella carrellata di personaggi umani, avevo perso L. Ci eravamo lasciato qualche minuto prima, lei diretta ad una sauna che non mi andava proprio, ma era oramai scaduto il tempo massimo per stare ad 80 gradi secchi.

Allungai i piede contro la parete spingendomi verso l’altro lato. Con la testa sotto il ciglio dell’acqua, il borbottare continuo dei getti finiva di accarezzarmi anche le orecchie.

Lentamente mi avvicinai al lato opposto, scrutando nel tentativo di vederla comparire come per magia in un qualche punto che non avevo esaminato per bene. Niente, L non si trovava.

L’ultimo tratto lo feci tutto con la testa sotto, allungando le mani per non sbattere con il cordolo. Riemersi. Il bordo della piscina era ricoperto di piccole mattonelle, saranno state un pollice o due al massimo, di tanti colori che ricordavano l’acqua, disposte a caso su tutta la superficie come a continuare il movimento che producevano le onde.

Allungai le mani per guadagnare il bordo e mentre mi facevo forza e lentamente l’orizzonte si allungava davanti ai miei occhi, ecco comparire il suo viso.

Il capelli neri e mossi le cadevano bagnati sulle spalle mentre alcune lentiggini ballavano sulle gote sorridenti. Gli occhi scuri mi scrutarono un secondo o due, prima di chiudersi in un bacio dolce sulle mie labbra salate.

 

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Gelosia

Me l’ha fatta.

Dovevo immaginarlo, stupido io, che prima o poi sarebbe successo. Tutti mi avevano avvisato ma io niente, stupido, non ci volevo credere. Ero sicurissimo che non sarebbe successo a me, che per noi sarebbe stato differente, perché lo siamo sempre stati, differenti.

Differenti da quelli che dicevano che prima o poi capita a tutti, che è naturale, fisiologico, che nessuno ci scappa.

Ed infatti alla fine è successo.

Non è stato immediato, certo, io sono lento in tutto e soprattutto in queste cose, complicate ma elementari nello stesso tempo. Ma alla fine ci arrivato. Sono bastate poche semplici parole, tutte intorno a quella centrale, più importante amore, per capire che non ero più io l’oggetto dei suoi desideri. Delle sue attenzioni, dei suoi affetti. Ma era qualcun’altro, al di fuori della nostra coppia, qualcuno che si era intromesso da qualche mese e di cui mi fidavo. Di cui mi fidavo avrebbe in realtà arricchito le nostre vite, invece di rubarmi lei, il mio amore.

Ed ora non lo sopporto più, pare esista solo lui nella sua testa, nei suoi pensieri, io non esisto più.

Quello che mi rende ancor più nervoso e arrabbiato è che lei non ne fa un mistero né un segreto.

Certo non lo fa quando ci sono io, ma la sento con le amiche al telefono o al caffè, bisbigliare contenta dovreste vedere com’è bello, il mio amore, ed io a far finta di non sentire o di non soffrire di queste su parole roventi.

Il mio amore? Io sono il tuo amore! Lui non esisterebbe neanche se non fosse stato per me, sarebbe un granello di polvere insignificante, non esisterebbe neanche.

E poi, in fondo, non è neanche così bello. Certo ha già capito come farsi voler bene da tutti, sin dal primo momento in cui si è palesato alla porta di casa. Sorrisini, moine, ha conquistato tutti. Anche mia suocera, anche mio suocero. Che ora non hanno occhi che per lui. Una volta mia suocera mi faceva sempre trovare il mio piatto preferito, la domenica a pranzo. Ora neanche mi saluta e non chiede più di me.

Lui, lui, lui! Con che coraggio…

Se potessi, ah se potessi. Se potessi lo farei tornare da dove è venuto, così torneremmo ad essere solo io e lei, Marta, l’amore della mia vita.

Figurarsi se l’avessi fatto io, se mi fossi preso una cotta così bollente per un’altra persona. Figurarsi le storie che mi avrebbe fatto già me la immagino.

Forse, forse avrei dovuto giocare d’astuzia, forse sono ancora in tempo, forse dovrei semplicemente farmi l’amante, innamorarmi di un’altra persona come a fatto lei ed aspettare, aspettare che torni da me. Mesta e gelosa come mai prima.

Dove ti sei persa amore mio? Dove sei ora? Non ti accorgi più di me la sera quando vieni a letto, o quando prepari la cena. Io non ci sono più nei tuoi pensieri. C’è solo lui.

Quel mostriciattolo malefico di mio figlio Marco.

 

Ehi!

Ehi! Ti vedo!

Ehi! Io no. Dove sei?

In ultima fila, in fondo al tavolo…

Sei coperto!

Aspetta che mi sposto.

 

Ora?

Sì! Sei piccolissimo ma ti vedo.

Come sei bella!

Ma smetti, è stata una settimana terribile.

Sei sempre bella!

Smetti… Come stai?

Bene dai, anche quà parecchio lavoro, andremo onlinea breve.

Che progetto?

Picci

Ah! Ho capito. Se ne parla spesso qua.

Abbiamo ancora parecchio da fare, spero solo che tutta la baracca stia in piedi.

Ma sì dai… Ma quando ci vediamo?

Eh… Bella domanda… Ho chiesto al mio capo quando mi manda a Londra ed ha detto che prima di dicembre non c’è modo.

Cacchio. E’ un mese!

Eh lo so sweetie.

Ma lui sa?

Sìsì, lui sa.

E allora? Non può accelerare la cosa?

Eh no. Dice che non dipende da lui.

Cacchio. E come faccio ad aspettare così tanto?

Tu non riesci a farti mandare qui? Va bene anche Roma, poi prendo un giorno e ti vengo a trovare.

Eh, non so.

E poi vedi cosa ti faccio!

Maiale!

Ma smetti… Hai detto tu che hai voglia di vedermi…

Certo, non vedo l’ora! Scherzavo, scemino…

Mi manchi…

Anche tu…

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Ma quella maglietta?

Ti piace?

Oddio, il giallo non è il mio colore preferito, però ti sta bene!

Grazie, non è neanche il mio, però mi manca il sole…

Ehi, stanno parlando con te!!!

Cacchio! Mi stavano per sgamare…

Stupido! Stai attento!

Mannaggia.

Ora ti faccio una domanda!

Macchè! Io sn qui per caso, lascia perdere!

 

Ma che domanda era??

Era per romperti le scatole scemino! Io ho praparato questa presentazione, tu invece come al solito non stai attento…

Che stupida!

Hihihi

Ma hai voglia di fare l’amore con me?

Tanto.

Se hai voglia, toccati i capelli, così posso vedere quanto hai voglia.

Ok…

 

Mannaggia. Mi hai fatto venire ancora più voglia di vederti…

Eh eh, l’ho fatto di proposito…

Cacchio, sto meeting inutile è finito. Quando ci vediamo?

Se va tutto male, a Dicembre, come dicevi tu.

Altrimenti?

Altrimenti… Ti metto un meeting?

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Linda

Era uno dei dettagli del diventare adulti che mi più mi stringeva, strettissimo, il cuore.

Prima era più facile: un caffè dopo pranzo, una pausa studio, un martedì sera a caso alle 23.

Poi tutto diventa una corsa continua: spesa, bimbo, lavoro, parenti, riunioni condominiali.

Per questo motivo era stato così difficile incrociarsi. Ma ne era valsa la pena.

Dopo il primo incontro, del tutto casuale, qualcosa era rimasto nella mia testa, un tarlo, un insettino malefico che mi faceva apparire il suo viso nei momenti più diversi, a volte imbarazzanti. Tanto però era bastato per mantenere vivo in me il suo ricordo e la voglia di conoscerla, di incontrarla.

E lei, Linda, mi aveva dato modo di capire che fosse un sentimento reciproco. Quei messaggi che mi mandava, a volte improvvisi e sempre conditi di punti esclamativi come fossero gratis, mi aveva fatto sospettare, se non sperare che anche in lei si fosse insinuato il tarlo. Non potevo comunque fare altro che sperarlo, certezze non ce n’erano, anzi, più il tempo passava e più temevo che il potere del tarlo diminuisse fino a scemare quella che mi sembrava essere voglia di vedermi.

Eravamo arrivati al mese, quasi esatto, senza incontrarci. Ed è sempre il più difficile, il primo, quando ancora qualsiasi tipo di sentimento è giovane e fragile.

Ed era una domenica sera, stanchissima, di ritorno da chissà dove, quando mi era arrivato il messaggio.

Una birra veloce stasera non facciamo tardi?

Nella sua gentilezza, quando mi scriveva per uscire, era sempre un invito a tutti, i genitori ed il piccolo. Ed era così che me la immaginavo, sinceramente affezionata alla simpatia di mio figlio, ai suoi sorrisi ed alle sue moine, anche quelle viste e conosciute una volta sola, per qualche ora.

E quella non era sicuramente una domenica pomeriggio adatta ad uscire. Stanchezza tanta e qualche capriccio volavano per la casa.

Ciao Li, guarda, non penso. Il piccolo è stanco e la mamma ancora di più. Mi sa che dobbiamo rimandare a un’altra volta

Attesi qualche minuto sapendo che quella probabilmente era l’ultima possibilità e che quel rifiuto avrebbe chiuso per sempre la faccenda. Saltellavo per casa col bimbo in braccio, sperando che svenisse dal sonno il prima possibile.

Fuori, in una domenica di ottobre inoltrato, fresca e nebbiosa, il buio era già sceso innondando di malinconia e della pace che lascia nel cuore la fine di una storia.

Ho capito. Ma neanche tu? Così, per vederci. Non mi ricordo più che faccia hai! Ahah Ti faccio tornare a casa presto, anche io ho bisogno di riposare un po’ prima di ricominciare la settimana.

Il piccolo aveva appena incominciato a piangere seriamente quando lessi quel messaggio.

Che fare?

Non penso che decisi realmente cosa fare ma qualcosa accadde. Al sentire le urla, la mamma era corsa a prendere il bimbo e, con piglio serio e risoluto e guardandolo dritto negli occhi, gli aveva sussurrato dolcemente ora dormi, eh? Rubandomelo dalle braccia.

Allora d’istinto.

Senti ma, se uscissi per una birretta?

Aveva già incominciato a dondolarlo, tenendo stretto a sé.

Vai vai, tanto devo fare cose, levati dai piedi.

E mi diede un bacio dolce sulle labbra, sorridendo.

Va bene Linda. Tra 5min esco, dove ci vediamo?

Volai a cambiarmi ed a prendere il bus, sicuramente in meno di 5 minuti.

Finalmente in pub era lì, davanti a me.

Feci in giro dei tavoli cercandola, pensando che, precisa com’era, sicuramente era già lì ad aspettarmi. Il freddo e l’umidità non fermavano certo i tanti che cercavano qualche minuto ancora di relax prima che il lunedì tornasse, ancora una volta, a sconvolgere tutti i piani. Il locale era ampio e distribuito sui tre lati di una palazzina, poco lontano da dove ci eravamo incontrati la prima volta. Non la trovavo, anche se mi sembrava di vederla in ogni chioma scura che incontravo. Solamente all’ultimo, verso la fine della vetrina, la trovai di spalle che mi aspettava, alta e bella come me la ricordavo.

Ciao

Mi accorsi subito che era imbarazzata quanto me, non sapeva di preciso come comportarsi, come salutarmi.

Ciao tu… Finalmente

Mi avvicinai ancora un po’, il suo sorriso, le sue gote tonde e la sua pelle morbida, la sua femminilità che esplodeva in quella linea di rossetto di fuoco che aveva anche la prima volta. Finalmente era lì davanti a me a fissarmi con quegli occhi scuri ed intensi che avevo cercato per giorni. Non c’era dubbio, era bella. Piena di una bellezza così fuori dai miei canoni.

Un bacio sulla guancia? Due? Una stretta di mano?

Neanche lei si muoveva, fissa nella nostra indecisione. Si avvicinò ancora un po’, senza però farci capire cosa cercasse da quel momento. Allungai un braccio sul suo fianco, e lei, incoraggiata da quel gesto, alzò il suo fino alle mie spalle. La mia mano era oramai sul suo fianco, quasi sulla schiena, quando la vidi socchiudere gli occhi ed allungare l’altra sua mano sotto il mio braccio, mentre la prima oramai atterrava sicura sulla mia spalla.

E poi strinse, mamma mia quanto strinse. Appoggiando la testa sul mio collo.

Era oramai abbandonata completamente in quel momento, mentre io mi chiedevo quante volte avesse immaginato quell’abbraccio prima, in quei giorni che ci avevano separato.

E mentre le accarezzavo piano la schiena capii che, come me, mai prima aveva osato sperare in tanto calore e che per lei, come per me, quell’attimo sarebbe durato per sempre.

Rosso 2

Ti avevo detto burro e zucchero! Burro e zucchero! Ma dove hai la testa??

 

Scusi signora, conosce una certa Eleonora? Abita qui ma non so quale sia il suo appartamento. Dovrebbe rincasare a breve, se non è già in casa. Alta, formosa, labbra ben pittate. Signora scusi… Signora! Scappa? Signora?!

Le persone non sono abituate a gestire la felicità, la gioia, sia nel caso sia la propria che quella degli altri. Non sono abituate a vedere la luce negli occhi del prossimo, la temono penso, perché non sono abituati ad altro che grigiume e piattezza, nebbia e freddo. Per questo scappano, fuggono davanti a qualcosa che non capiscono.

Incominciavo a preoccuparmi, veramente. Non era sua abitudine fare così tardi, lo sapevo, ne ero certo. In realtà non avevo fretta ma entusiamo, speravo solamente che non le fosse successo qualcosa.

Mi sedetti sul cordolo della recinzione del palazzo, gomiti sulle ginocchia. Ero stanco, stanco ma felice, quella sera avevo speso le energie per almeno una settimana ma non avrei di certo mollato, avrei aspettato anche l’alba se Eleonora avesse deciso che era il caso.

Non ero preoccupato ma piuttosto stupito. Per l’orario intendo. Il lunedì sera solitamente andava in piscina, utenza libera, quando riusciva a liberarsi dal lavoro in tempo utile. Martedì pomeriggio volontariato al gattile, ma non sempre. Mercoledì tempo pieno al lavoro, la sera riposo. Giovedì yoga, ma presto, mai più tardi delle 21 era a casa. Venerdì e sabato si usciva o, se troppo stanca, amiche a casa per baldoria. Il sabato di solito era da ballare, spesso fino alla domenica, spesso andando un po’ oltre, secondo i miei gusti. La domenica quando riusciva tornava a casa dalla madre e faceva visita ai nonni, nella vecchia casa in campagna.

E’ incredibile quante cose avevo imparato su di lei. Era stato facile. Sempre alla coop – caput mundi – l’avevo reincontrata qualche settimana dopo, da solo, durante una veloce spedizione per comprare un etto di burro e dello zucchero per una torta. Ci eravamo incrociati appena fuori, nell’area assistenza soci. L’avevo subito riconosciuta seduta sulle panchine in attesa del proprio turno – il 54 – intenta e concentrata su Sonata a Kreutzer.

Cercai di incontrare il suo sguardo con malcelata insistenza, finché non alzò gli occhi dal libro accennando un sorriso a mezza bocca, ben poco naturale. Bisbigliai un “ciao” appena udibile e corsi verso l’interno del supermercato nella folla dei ritardatari.

Mi aveva sorriso! Mi aveva riconosciuto e sorriso!

Per me era stato facile ma il suo cenno di confidenza era tutto ciò che volevo. Correvo tra le scansie per guadagnare tempo, dovevo assolutamente parlarle, non sapevo quando l’avrei rivista, volevo un contatto, ad ogni costo. Raggiunsi finalmente il frigo e correndo portai alla cassa il mio panetto di burro. La cassa era intasata dei maledetti ritardatari e allungando lo sguardo vidi il 52 lampeggiante nei led. Avevo poco tempo, stava per sfuggirmi, forse per sempre. Davanti a me una vecchia con il carrello colmo di bottiglie d’acqua e scatolette per gatti. Al suo fianco il figlio, alto e magro e dallo sguardo poco sveglio.

Questi due stronzi mi faranno perdere un sacco di tempo e la perderò, porca puttana. Ingegnati!

I due davanti a me si voltarono a scegliere delle barrette di cioccolata, ne approfittai per rubare loro la precedenza sperando fossero abbastanza fessi da non accorgersene o da non protestare.

Dai dai che ‘sti due rincoglioniti non se ne accorgono neanche.

Mamma? Ma questo tizio s’è messo davanti a noi.

Dai deficente non fare storie, tanto faccio presto.

Questo signore? Sì, lo so.

Scusi signore, c’eravamo noi in fila!

Finsi di non aver sentito. Quello prima di me aveva quasi finito ed io mi sarei fiondato sulla cassiera, a quel punto avevo vinto.

Scusi?

Lascia perdere Filippo, il signore è molto maleducato o molto distratto.

Finalmente il mio turno, incitai la cassiera a darsi una mossa e mi fiondai alle panchine del punto assistenza (53) e lei era ancora lì immersa nella lettura, sedendomi davanti a lei, di schiena all’accoglienza.

Restammo in silenzio per alcuni minuti, lei concentrata, io intento ad attirare l’attenzione, finché pochi secondi prima che arrivasse il suo turno, mi lanciai.

Ciao!

Niente, nessuna risposta. Probabilmente Tolstoy era più interessante di me. Insistetti:

Ciao?

Lentamente comparve da dietro il libro che teneva bello dritto davanti al naso. Prima gli occhi, scuri ed espressivi e pieni di stupore, poi il naso lungo ma equilibrato nella dolcezza del suo viso, infine la bocca, ancora più calda e vermiglia dell’ultima volta.

Ciao.

Ciao, mi chiamo Luca, il papà di Marco, ricordi? Il bimbo che piangeva un paio di settimane fa davanti alla cassa.

Ah, sì. Ricordo. Sta bene?

Sìsì, ehehe. Ti saluta!

Ah, bene. Salutamelo.

Accennò un mezzo sorriso e si nascose nuovamente dietro la copertina sabbia del libro.

54?

Si alzò sorridendo di nuovo avvicinandosi al punto informazioni.

Mi aveva sorriso un paio di volte! Ero al settimo cielo.

Mi aveva parlato, quasi ci eravamo sfiorati! Era un inizio di qualcosa. Sapeva che esistevo e, se volete saperlo sono anche convinto di piacerle… Altrimenti non mi avrebbe di certo salutato così…

Rosso 1

Libero! Libero! Libero!

Finalmente libero passeggiavo sotto casa di Eleonora avanti e indietro, col sorriso in volto e l’aria di chi era appena tornato dal togliersi un dente, ancora in preda dell’anestesia.

Ogni tanto una macchina passava sfrecciando sulla strada davanti al palazzo ed i fari risplendevano nelle carrozzerie lucide delle altre automobili e nelle lenti spesse dei miei occhiali.

Eleonora! Eleonora! Scendi!

Non sapevo di preciso quale fosse la finestra della sua camera, sapevo solo che doveva essere lassù, piani più in alto, 4 o 5 almeno. Dovevo quindi urlare ancora più forte perché mi sentisse. Era oramai una mezz’ora che gironzolavo su e giù per il marciapiede ed ancora non mi rispondeva. Avevo provato a suonare e mi era anche sembrato che qualcuno si fosse affacciato dall’appartamento nel quale pensavo vivesse Eleonora.

Ero corso da lei subito dopo aver risolto tutto, di corsa, senza lavarmi o pulirmi. Trepidavo impaziente. Se non rispondeva probabilmente non era neanche in casa, quindi mi buttavo in mezzo alla strada appena vedevo arrivare una macchina, sperando fosse lei al volante.

Dunque, di solito il martedì è in palestra. Però c’è sua sorella a casa per qualche giorno, quindi probabilmente sono uscite per fare un po’ di baldoria. Però è quasi mezzanotte, dovrebbe essere di ritorno, non può fare tardi, domani lavora.

Non vedevo l’ora di vederla arrivare in fondo alla via, correrle incontro ed abbracciarla fortissimo, baciarla e interrompere il suo stupore.

Eleonora! Eleonora! Dolce mia Eleonora, finalmente sei tornata! Siamo liberi, ora possiamo baciarci quanto vogliamo e quando vogliamo, non dobbiamo più nasconderci!

Una macchina! Potrebbe essere lei.

Mi butto in mezzo alla strada all’improvviso e quella quasi mi prende in pieno.

Imbecille! Cazzo vuoi, farti ammazzare?

Ammazzare? Macché ammazzare! Basta morti per stasera.

Mi fermai un attimo guardando il vuoto davanti a me. Un ricordo di quello che era successo qualche minuto prima balzò improvvisamente ai miei occhi, come se li avessi ancora davanti a me.

Due lacrime calde rigarono il mio viso. Sospirai asciugandomi con il dorso della mano lasciando due segni rossi sulle guance.

Basta tristezza! Basta pensieri! D’ora in poi solo gioia e salti e balli e baci e Eleonoraaaaaaa! Eleonora dove sei cazzo, scendi! E’ arrivato finalmente il momento, scendi!

Ricordo quando ci eravamo incontrati la prima volta.

Eravamo tutti e tre, io Marco e la mamma in coda alla coop e Marco piangeva per colpa di un pannolino bagnato. Lei era davanti a noi di spalle che aspettava il proprio turno. L’avevo già preso in braccio un paio di volte e gli avevo fatto fare tutti i saltelli e le piroette ma niente, continuava a urlare.

Durante uno dei saltelli mi ero sbilanciato troppo ed avevo sbattuto schiena schiena contro di lei. Mi voltai per scusarmi e me la trovai lì. Bellissima. Rossa incandescente sulle labbra di rossetto di fuoco e passione. Mi sorrise e poi sorrise al piccolo che per un attimo, probabilmente stupito anche lui di tanta calore, aveva smesso di piangere.

Ciao piccolo, perché piangi? Vuoi andare a casa?

Come musica le sue parole volarono leggere fino alle mie orecchie andando a stuzzicare i più pudici dei miei neuroni.

Prego, passate…

Ma no! Risposi subito. Grazie ma abbiamo un sacco di cose, tu invece hai poco, fai pure. Tanto non smetterà di piangere a breve. E sfoggiai il migliore dei miei sorrisi.

Ringrazia Marco su. Ringrazia la signorina tanto gentile.

Ti chiami Marco piccolo? Piacere, io sono Eleonora…

Eleonora, Eleonora, Eleonora, Eleonora, Eleonora…

Quel nome riecheggiava nel miei orecchie. La mattina e le sera, sotto la doccia ed al lavoro. Avevo un nuovo amore, Eleonora, dalle labbra di fuoco, Eleonora!

Sei splendida 5

Avevo fatto carte false per riuscire ad arrivare in orario, anche qualche minuto prima.

Ero uscito prima da lavoro, ero andato prima a prendere il piccolo, lo avevo portato prima dalla baby sitter e le avevo allungato un extra in maniera che Chiara avesse potuto tornare a casa con calma e passare a prenderlo quando fosse stata comoda.

Naturalmente, Chiara sapeva di questo piano malefico, l’avevo avvisata di tutto. E non aveva protestato, sincerità prima di tutto.

Avevo comunque, anche se rischioso, optato per il bus, ed avevo preso quello prima, quello che mi avrebbe dato la sicurezza di arrivare in orario.

Ero sinceramente agitato e non sapevo cosa mi aspettasse, cosa si aspettasse che le dicessi e non capivo neanche quali fossero le mie aspettative. Solamente avevo eseguito gli ordini senza obiettare. C’era qualcosa di strano in tutta la faccenda, stavo andando tutto contento al cinema con una persona che mi avrebbe potuto (molto probabile) insultare, una volta arrivato. Eppure ero contento ed andavo con i migliori auspici. Forse speravo di rimediare alla figura triste che avevo fatto, di trovare una via d’uscita da quell’impasse che mi permettesse di ritrovare un rapporto, di salvare il salvabile. Mai, in tutta questa faccenda, avevo cercato veramente di staccarmi da lei. Avevo dovuto farlo, per il bene di tutti, ma non era quella la soluzione che avrei voluto. Forse quella sera avrei trovato una soluzione per aggiustare tutto. Forse me l’avrebbe offerta lei.

Sospirai contro il vetro del bus, fuori spioveva. Come sempre il sole se n’era andato esattamente con l’arrivo del weekend. Strano gioco del destino.

Mi soffermai un attimo davanti al cinema ad osservare i film che proponeva l’Odeon. Tra tutti, solamente l’ultimo Guerre Stellari mi attirava e speravo che sarebbe stata anche la sua scelta. Mai mi sarei permesso di scegliere qualcosa al posto suo, non in quel momento.

Un messaggio sul telefono.

Sono in ritardo, puoi prendere il biglietto anche per me? Così non facciamo fila.

Ok. Cosa vuoi vedere?

Qualsiasi cosa, basta che abbiamo i popcorn!

I popcorn! Mi aveva raccontato qualche tempo prima la sua insana passione per i popcorn, non avrei mai potuto presentarmi a mani vuote.

Comprai due biglietti extra lusso per Guerre stellari e un bidone maxi di mais scoppiettato. Sicuro che in quella maniera avrei alleggerito un po’ la tensione.

Mi posizionai davanti al punto dove la maschera strappava i biglietti. Il profumo dal bidone saliva a stuzzicare le narici. Non resistetti ed incominciai a sgranocchiarne un po’ mentre l’inizio dello spettacolo lentamente si avvicinava.

A meno due minuti, dopo che varie volte la maschera mi aveva suggerito di entrare, la vidi arrivare con passo sostenuto. Sapevo che era lei anche se era tutta imbacuccata nel cappuccio bagnato del parka verde oliva.

Ehi, son qui.

Si avvicinò a me senza salutarmi notando subito il bidone che tenevo in mano.

Detesto la pioggia… Hai preso i popcorn? Aspetta che ne voglio anche io.

Riuscii a fermarla mentre cercava di fuggire verso il bar.

Aspetta, questi sono per te!

Si voltò osservando attentamente il bidone.

Ma… Sei sicuro? Ne mancano un po’, li avevi presi per te? Non ti preoccupare, li vado a prendere.

No no! Ne ho solo assaggiati un po’, sono tutti per te.

Alzò lo sguardo da dentro il cappuccio, solo gli occhiali e qualche ciuffo di capelli sbucavano dal verde.

Ok. Andiamo.

Entrammo che nella sala era già buio e tutti erano già seduti. Sullo schermo scorreva la pubblicità della ferramenta all’angolo, mentre, di sottofondo, migliaia di snack e patatine e caramelle gommose trovavano la propria fine a film neanche iniziato.

Dove siamo?

Me la bullai un attimo, sempre nel buio, bisbigliando.

Ho preso i biglietti super lusso.

Uhm, per me potevi prendere anche quelli normali…

Tranquilla, offro io stasera.

Uhm. Comunque?

Siamo lì, nel mezzo di quella fila.

Tra noi ed i nostri posti c’erano almeno 10 persone da far alzare, di cui due sul quintale almeno. Per quanto fossimo di piccola stazza, sicuramente avremmo fatto fatica a sederci entro la fine del film.

Bisbigliai di nuovo, cercando di far alzare qualcuno ma nessuno sembrava preoccupato per noi.

Quindi?

Non so. Aspetta che riprovo… Scusiii?

Non penso che qualcuno si alzerà. L’ultima fila però è libera, ci sediamo lì?

Vidi in un attimo il mio supplemento super lusso da 10 euro svanire nel nulla. Non sembrava ci fossero altre alternative. Le ultime 4 file erano libere, sicuramente ci saremmo potuti sedere senza che nessuno passasse a reclamare.

Va bene dai.

Mannaggia a te!

Cos’ho combinato questa volta?

Tra tutti i film pallosi che avresti potuto scegliere, proprio uno non palloso?

Non ti seguo.

E non è la prima volta!

Ridacchiò in un bisbiglio.

Eh?

Vedi? Ahah! L’hai fatto ancora?

Cosa?

Ahah! Sei proprio scemo.

Le file davanti non sembravano proprio interessate o infastidite dai nostri bisbigli. Il super sistema audio del cinema monopolizzava l’attenzione e la distanza era tale da non farci notare.

Senti, stupidotto, se ancora non l’hai capito io t’ho chiesto di accompagnarmi il cinema perché volevo parlare, mica per vedere il film.

Ah sì?

Sì. In realtà io ora mi accomodo per bene nella poltrona e mentre sgranocchio i miei popcorn guardo te, invece del film, che mi racconti tutto quello che è successo per arrivare fino a qui.

Era molto seria mentre mi raccontava queste cose. Per quanto lo stesse facendo con un sorriso. Era lì, ferma davanti a me ed aspettava che incominciassi a parlare. Si aspettava che le raccontassi come eravamo arrivati fino a lì, fino a quel cinema. Non sembrava effettivamente arrabbiata, almeno non come seria e tenebrosa era sembrata all’arrivo. Mi aveva teso una trappola, ed a quel punto non avrei potuto che fare quello che mi diceva, raccontarle tutta la storia.

Mi sembrava corretto, nella mia testa risuonava bene quella sua richiesta.

Inspirai profondamente, affondai la mano nel bidone tirandone fuori un pugno pieno di mais e lo misi tutto intero in bocca, davanti agli stupiti della mia aguzzina. A quel punto avevo la concentrazione necessaria per iniziare a bisbigliare proprio nel bel mezzo di una battaglia sul grande schermo.

Beh, che dire… Mi hai spiazzato. L’altro giorno, quando mi hai detto che eri innamorata di me, mi hai spiazzato. Perché? Per tanti motivi. Prima di tutto ero ancora scottato dal fatto che avessi un ragazzo, che frequentassi qualcuno. Mi avevi fatto male sai? Mi hai fatto ardere di gelosia per almeno una nottata intera. E soprattutto per questo mi hai fatto male, perché mi hai fatto vedere un lato di me che non volevo vedere. Mi sei piaciuta sin dai primi momenti che ti ho visto in giro per l’azienda. Quando ancora non ero riuscito ad attaccare bottone. Mi piaceva il tuo viso, i tuoi occhi, i tuoi capelli, le tue labbra. Mi piacevano le espressioni che facevi. Delusa davanti ad una macchinetta del caffè con il caffè esaurito. Affaticata dai piani di scale che abbiamo dovuto fare la volta dell’ascensore rotto. Fumando sorridente davanti alla grande pianta in fiore nel cortile dell’ufficio. Con gli occhi chiusi godendoti i primi raggi di sole. Ed anche stasera innervosita ed imbacuccata per la pioggia ma poi attirata ed ingolosita dal bidone. Quel lato di me è quello della gelosia. Sono anni ormai che mi studio, rifletto e mi concentro su me stesso. E quello che son riuscito a cavarne è un’immagine che non dovrebbe concepire la gelosia. Mi sento un animo molto grande e desideroso di creare legami, preoccuparmi ed occuparmi delle persone, un animo che può vivere tanti amori, tutti diversi, nello stesso momento. Questo mi sento. E l’ho scoperto proprio durante queste meditazioni, queste auto analisi che ho fatto. Io e Chiara stiamo insieme da tanti anni e ci vogliamo ancora bene come i primi tempi. Non ho mai dubbi su questo. Però mi sento di poter allargare questo orizzonte volendo bene anche a altre persone. So che sembra strano e fuori di testa, ma è così. Ed è per questo che quelle scenate di gelosia che ho fatto da solo e con te mi son sembrate meschine e tristi. Ho dovuto lavorare tanto con Chiara per convincerla, per mostrarle come la gelosia non abbia senso e penso che qualche passo avanti l’abbia fatto, per quanto non penso sarà mai come me, ora mi tollera ehehe! E quindi vedere che ero io il primo a crogiolarmi nella mia gelosia, mi ha fatto perdere il controllo e mi ha fatto arrabbiare. Tanto più che anche tu, di punto in bianco, mi dici che sei innamorata di me. Ma ti pare? Allora cosa è successo… Ho fatto 1+1 e ho preso la decisione di lasciar perdere tutto perché questo rapporto stava rovinando il sonno a me e il tuo rapporto con il tuo ragazzo. Ed io non voglio intromettermi tra di voi. Non voglio proprio. Anche se forse oramai è troppo tardi… Comunque, niente. Questo è tutto il discorso.

Mi fermai un attimo a riflettere. In fondo avevo già detto tutto quello che avrei voluto dire, speravo solo che questa spiegazione le bastasse. Lei non aveva fatto una piega, per tutto il tempo aveva continuato a sgranocchiare dal bidone oramai pieno solo a metà.

Ancora qualche minuto di attesa poi anche lei sospirò.

Partiamo dal fatto che, se fossi un vero appassionato di popcorn, avresti comprato anche una bottiglia d’acqua frizzante per buttare giù tutta questa roba… Ma sono comunque sicuro che durante l’intervallo, per farti perdonare tutto il casino che hai combinato, correrai al bar per prenderne una.

Sorrideva nel buio.

Direi che tutto quello che mi hai detto mi ha aperto gli occhi. Ho capito come sei, il tuo discorso è stato illuminante. E quello che ti sto per dire ti stupirà un’altra volta – ti prego di non reagire male come l’ultima volta – ma penso che in fondo siamo molto simili, io e tu. Posso dirti che il percorso di introspezione, come lo chiami tu, che hai fatto tu, l’ho fatto anche io. E questo dettaglio penso potrà spiegarti ora tante cose. Ma è un momento troppo bello e non mi dispiacerebbe vedere anche l’altro film quindi, contro ogni etichetta di conformismo ed ogni marcia abitudine sociale, ti chiedo: ti vuoi mettere con me?

Ancora una volta me l’aveva fatta, mi aveva lasciato di stucco.

In che senso?

Ecco vedi, mi fai già pentire di avertelo chiesto ahaha!

Una quantità di popcorn sbocconcellati volarono sulle poltrone lanciati in aria dalle sue risate soffocate dal cibo.

Penso che sì! E’ anche per questo che mi piaci. Comunque, come ti dicevo, anche io ho fatto un percorso simile al tuo. Anche io mi sento, come dici tu, l’animo grande. Ed anche io ne ho parlato col mio ragazzo col quale, così ci capiamo, sto insieme da 3 anni. Ed anche io con lui sono arrivato alle stesse conclusioni. Non condivide ma tollera, entro certi limiti, questa mia, nostra, attitudine. Quindi non posso andare a letto con nessuno tranne che lui, e ci sta, non posso baciare nessuno tranne che lui, e ci sta anche quello, ma posso innamorarmi di chi voglio. Sempre senza trascurare lui, che ci sta anche questo! Io mica lo voglio trascurare o mettere in secondo piano per colpa di un’altra persona. Anzi! Quindi, conclusione del discorso, senza nulla togliere al nostro rapporto, quello con Gabriele intendo, che è la mia grande passione, il mio Gabriele, vorrei stare insieme anche a te. Che ne dici? Lo so che è stupido, che è inutile forse, però è anche divertente. Così ogni tanto potremmo vedere una cosa al cinema, o uscire per una birra, fare una passeggiata al parco, forse anche stare mano nella mano come due adolescenti. Mica è vietato in fondo!

Ancora rise divertita perdendo mais da ogni dove.

Avevo trovato una persona come me, che mi capiva e che non mi chiedeva altro che la mia compagnia e qualche affetto, qualche attenzione in più di un’amica normale.

Mi sentivo fortunato mentre rispondevo alla sua proposta finalmente accarezzandole il viso e dandole un piccolo bacio sulla guancia.

Ohhh! Finalmente! Ora direi che possiamo guardarci il film, che ne dici?

Sorrisi mentre Silvia si sistemava alla meglio sulla poltrona.

Soddisfatta, aspettò con calma che anche io trovassi la mia posizione e finalmente, felice, appoggiò la testa alla mia spalla, dopo averla baciata ed aver assimilato il suo profumo. Poi insinuò furba una mano sotto il mio braccio, lentamente, e lo avvolse con la mano stretta e salda. Tutta quella calma e dolcezza mi inebriarono rilassando ogni cellula del mio corpo, mentre i suoi capelli ribelli e morbidi mi solleticavano il collo e la guancia.

Silvia sospirò e sorrise nel buio del cinema, mentre ancora una volta i ribelli cercavano di salvare le sorti della galassia a colpi di coraggio e pistole laser.

Fin